L’11 ottobre 2023 la Cassazione, con ordinanza n.28378 ha determinato l’inutilizzabilità dei dati raccolti da un investigatore privato che, non indicando nel conferimento del proprio incarico i soggetti deputati alle investigazioni, violava la normativa deontologica rendendo i dati acquisiti in fase di indagine inutilizzabili da parte del datore di lavoro per violazione del D.Lgs. 30 giugno 2003, n. 196, c.d. Codice Privacy.

Una società motivava la richiesta di controlli investigativi per confermare la distrazione, da parte del lavoratore, di ore di lavoro per attività non inerenti, ovvero in concorrenza o, comunque, incompatibili con gli obiettivi aziendali. Tale era la giustificazione esposta nel mandato investigativo, terminato il quale la società provvedeva ad irrogare il licenziamento per effettiva dimostrazione di inadempimento da parte del dipendente che attestava in maniera non veritiera l’inizio e/o la fine della propria attività.

Il lavoratore impugnava il provvedimento sino ad approdare in Cassazione, la quale concentrava l’attenzione sulla disamina del mandato dell’investigatore, il quale riportava esplicito riferimento al D.Lgs. n.196/2003, ai sensi del quale lo stesso si obbligava a fornire una indicazione dei nominativi di eventuali collaboratori di cui si sarebbe avvalso nel corso delle attività investigative. Non seguiva, poi, alcuna indicazione in merito e avendo l’investigatore utilizzato collaboratori esterni, tale mancanza comportava, a dire del lavoratore ricorrente, l’inutilizzabilità dei dati raccolti perché acquisiti da soggetti non legittimati a farlo e, quindi, trattati in violazione della disciplina rilevante in materia di trattamento dei dati personali.

La Corte si esprimeva in senso favorevole alla ricostruzione normativa del lavoratore, accogliendo il suo ricorso e richiamando, altresì, diversi provvedimenti del Garante. In particolare,  l’autorizzazione n.6/2016 del Garante, registro dei provvedimenti n.528 del 15/12/2016 a norma del quale l’Autorità prevedeva che “l´investigatore privato deve eseguire personalmente l´incarico ricevuto e non può avvalersi di altri investigatori non indicati nominativamente all´atto del conferimento dell´incarico, oppure successivamente in calce a esso qualora tale possibilità sia stata prevista nell´atto di incarico”. Aggiungeva, poi, la Cassazione come, del medesimo tenore risultasse l’art. 8, comma 4 del provvedimento del Garante n.60 del 06/11/2008, allegato A.6. al D.Lgs. 196/2003, il quale prescrive regole di deontologia e buona condotta per i trattamenti dei dati personali effettuati in ambito di investigazioni difensive. A norma di tale articolo, “l´investigatore privato deve eseguire personalmente l´incarico ricevuto e può avvalersi solo di altri investigatori privati indicati nominativamente all´atto del conferimento dell´incarico, oppure successivamente in calce a esso qualora tale possibilità sia stata prevista nell´atto di incarico. Restano ferme le prescrizioni relative al trattamento dei dati sensibili contenute in atti autorizzativi del Garante”.

La Corte, pertanto, stante la palese violazione della prescrizione contenuta nel codice deontologico dell’investigatore, determinava l’inutilizzabilità dei dati in tal modo raccolti, poiché trattati in palese violazione della disciplina rilevante in materia di trattamento dei dati personali. Attraverso tale pronuncia, quindi, la Cassazione sancisce un principio del tutto contrario alla tesi sostenuta da parte della dottrina, secondo cui la disciplina del trattamento dei dati sarebbe “irrilevante” nell’ambito del processo civile, il quale resterebbe soggetto a regole proprie. Confermare l’argomentazione della dottrina, infatti, porterebbe l’ordinamento ad una grave contraddizione poiché, mentre da un lato l’ordinamento stesso qualificherebbe il trattamento dei dati come “illecito”, dall’altro permetterebbe la produzione dei dati in giudizio, consentendo alla parte di trarre un significativo vantaggio da un trattamento che l’ordinamento stesso definisce illecito.

Una sentenza decisamente rilevante, che pone l’evidenza di come la legge privacy stia sempre più permeando il nostro ordinamento.

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